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LoveLove

Ai padri, tutti. Anche quelli che non lo saranno mai.

“Non so da quale madre potevi uscire al mondo, figlio che non ti posso dire figlio mio. Stasera ascolti mentre ti racconto. Altre volte parlo a un piatto, dentro il bicchiere, al muro. Esce la voce per il desiderio di ascoltarne una. Stasera sei presente parlo a te.

Leggevo il libro dove un uomo anziano inventa un figlio; è un falegname e se lo fa di legno. Gli piaceva l’idea di farsi dire babbo. Sei apparso così, costola di un’altra storia, figlio di uno che fa con le parole, materia che non viene da un albero tagliato. La carta su cui scrivo, invece si.

Sei adulto, non so niente di com’eri prima. Non ti ho rimproverato per un gioco rischioso da bambino, né toccato la febbre sulla fronte. Ci troviamo stasera a tavola, per cena.

Sei uno straniero, figlio, quanto la luna in cielo la mattina, che resta ancora dopo il tramonto della notte.

Ti racconto un poco di vita scivolata. Mio padre, nonno tuo, da quasi cieco diceva di sentire le nuvole con la cima dei capelli. Passano carezze sul cranio di chi non può vederle.

A noi figli fece firmare dal notaio la rinuncia alla sua eredità. Si spogliava di ogni possesso. Mi chiese di firmare. Dissi che era impossibile negare, rinnegare l’eredità di libri, di montagne, di lingua italiana e l’insegnamento di fare mai questioni di denaro. Mi chiese di firmare. Misi la mia più falsa firma.

A te, figlio, lascio niente. Rinunci all’eredità senza che te lo chieda. Non ti sarò di peso nella vecchiaia, che non è obbligatoria. Non è stato il tempo finora a consumarmi, sono stato io a consumarlo. L’ho spalato nel collo di una clessidra orizzontale. Clessidra è una parola che viene dal verbo rubare.

Chi è il ladro? Il tempo o noi? Qualche volta mi fermo, per vedere com’è il tempo senza me. Scorre lo stesso, si lascia rubare da un qualunque altro. Se ti stringo la mano adesso, s’interrompe. Sento la tua mano di pietra in ogni sasso liscio che tiro sopra l’acqua a rimbalzare.

La luce di candela si lascia guardare, non acceca. Scintilla nei tuoi occhi scuri, non fa lacrimare.

Sto parlando da solo? Sto inventando la tua compagnia? L’invento così forte che la realtà non la può pareggiare. La tua presenza basta qui e stasera a fare la mia paternità.

Parlo a te questa sera che non è neanche questa, è una sera.

Tu ci sei, più vero, vicino e consistente del soffitto. Parlo a te e non a me stesso.”

Erri De Luca, Il giro dell’oca

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Pubblicato da Chiara Inguscio

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