in ,

Il mio nemico immaginato

 Era una “ragazza del ‘99” mia nonna materna, del 1899, mica quisquilie. Rosa era sopravvissuta a due guerre mondiali, alla spagnola e alla precoce vedovanza. Ha vissuto sempre in casa con noi. O, più realisticamente, noi abbiamo vissuto in casa sua.  Tipo forgiato dalla vita, tosta, energica, pragmatica. Niente di romantico. Tranne l’amore che aveva per me. Il suo “diavolo” preferito. Mazzate e coccole. “Ruffiano”, mi chiamava, perché dopo che ne avevo combinato una delle mie, ed erano all’ordine del giorno, le buscavo – con buona pace della sua coeva Montessori –  e dopo sapevo riconquistarmi carezze e sorrisi. Ma non dovevo fare molto sforzo. Mi voleva bene. A lei devo tanto. Tanti ricordi, tanti racconti, le tradizioni, l’antico dialetto, i modi di dire, i mottetti e i proverbi che infarcivano ogni suo discorso.  Aveva la santa pazienza di leggermi il Giornalino Dei Piccoli (ma Tartarin di Tarascona a vignette, con le didascalie in rima, avevo capito che piacesse più a lei leggerlo che a me ascoltarlo!), e le fiabe. E poi mi ha insegnato tante altre cose. A fare il pane, per esempio, o la pasta fatta in casa. Che poi erano tutti espedienti per tenermi quieto e impegnato. Mi ha anche insegnato cosa è “il nemico”. Ci pensavo l’altro giorno, vedendo questo mio paese in effetto “coprifuoco”. Questo vocabolo nei suoi racconti della sua infanzia, delle sue due guerre, compariva spesso. A me esercitava un fascino particolare. Coprifuoco. Quell’aspra pr e quella fuo soffiata. Me lo ripetevo in testa, come fanno tutti i bambini, fino a fargli perdere il significato. Mi raccontò che, in “tempo di guerra” (frase che ripeteva spessissimo nei suoi racconti sul passato), era il  divieto di uscire durante le ore della notte imposto dai militari alla gente. E se le chiedevo l’origine del nome mi spiegava che tanto tempo prima, ma tanto tanto tanto, c’era l’usanza di emettere un segnale ad una certa ora della notte, e da quel momento, a costo di pene severissime, tutti erano costretti a coprire i fuochi di camini e cucine con la cenere. Vuoi per non far prendere fuoco alle case, vuoi per essere costretti a riposare, vuoi per non far scorgere al nemico bagliori e fumo.  Io pensavo a quel segnale sonoro come a quella sirena, sopravvissuta agli allarmi aerei, che ancora a quel tempo, anni sessanta delsecolo scorso, suonava alle otto del mattino per invitare i bambini ad entrare nelle scuole. A questo punto un’altra parola mi affascinava: il NEMICO. Detto così, ad un bimbetto che ancora non sapeva leggere e scrivere, non istruito manco dalla televisione, suonava di popolo malvagio, sempre pronto a fare scorrerie, a rubare, ad ammazzare a distruggere. Ma non un popolo qualsiasi, a caso. Un popolo che si chiamava proprio “Nemico”, e , probabilmente, viveva in qualche lontana terra chiamata “Nemica”, qualcosa simile alla leggendaria Sauron, una terra tetra, abitata dai servi dell’Oscuro Signore. I “nemici” dovevano essere per la mia fantasia qualcosa del genere dell’orrenda razza degli Orchi, atto d’invidia e di scherno verso gli altri uomini, secondo quanto immaginava Tolkien. Insomma, tra quelle antiche mura e quei mobili severi carichi di ricordi e di cera, mi immaginavo le malefatte di questo popolo di attaccabrighe malefici, antropologicamente cattivi, malvagi, sanguinari. Un giorno, ricordo esattamente dove, in quale punto della casa, con quale luce, mentre mia nonna rifaceva il suo letto, e io le trotterellavo intorno chiamato a darle una mano nello stendere coperte e lenzuola, mi stava raccontando qualcosa della seconda guerra mondiale. E lì non capii più niente. Infatti mi stava dicendo che con il generale Badoglio (che nome curioso, pensai, più da pagliaccio che da generale) quelli che prima erano stati nemici diventarono amici e quelli che prima erano amici diventarono nemici. Mammamia che trauma! Che disorientamento. Svanirono, si dissolsero in un lampo gli orchi e la loro terra triste e malvagia. A questo punto la interruppi – Scusa nonna, ma come può essere? Il Nemico non è sempre uno? Non è della gente, un popolo cattivo che si chiama Nemico? -No, il nemico è sempre quello che ti vuole togliere il cibo, la casa, la vita, che ti vuole ridurre schiavo. Che ti vuole fare suo servo. Dipende dalla situazione. Ora può essere un popolo comandato da uno cattivo, ora un altro popolo comandato da un altro cattivo. Noi stessi, italiani, possiamo essere prima nemici degli americani, poi amici degli americani. E i tedeschi, quelli della Germania, possono essere prima amici, perché Mussolini e Hitler sono d’accordo per spartirsi il potere, e poi nemici, quando i tedeschi sparano gli italiani, ché il potere lo vogliono tutto loro. Insomma, non fu una perfetta lezione di geopolitica, e manco di italiano, ma mi bastò a capire che il nemico varia. C’è la variabilità del Male.  Chiunque ti voglia rendere servo e ti voglia togliere casa, cibo, affetti e vita, è un nemico. Anche a prescindere da una guerra. Come questo virus che ci costringe al coprifuoco per non farci ammazzare.

Questo post è stato creato facilmente con la nostra applicazione. Crea il tuo post!

Cosa ne pensi?

Entusiasta

Pubblicato da Giuseppe Resta

Utente VerificatoAnni di iscrizione

Commenti

Lascia un commento

Loading…

0

Il nuovo brano dell'artista Tuma – Una canzone sconcia

Come si vive ai tempi del Covid19!? Ecco la seconda puntata!